Nella chiesa Santa Maria Assunta a Civita si trova un dipinto bizantino dall'iconografo albanese Iosif Droboniku che rappresenta la battaglia di Lepanto. Giovanni Andrea Doria infatti, a un certo momento della battaglia, cominciò una manovra di allargamento verso il mare aperto del corno al suo comando, in reazione a un'analoga manovra del corno sinistro della flotta ottomana, che minacciava di aggiramento il resto della flotta cristiana. La manovra del Doria aprì un varco fra il centro e il suo corno del quale approfittò rapidamente il suo diretto avversario. Barbero cita anche il giudizio di Bartolomeo Sereno[38] secondo il quale Doria aveva fatto bene ad allargarsi per evitare di essere aggirato dalla numericamente superiore squadra di Uluč Alì. Numerosissime furono le rappresentazioni artistiche realizzate negli anni immediatamente successivi alla battaglia di Lepanto per celebrare la vittoria delle truppe cristiane. Per questo, papa Pio V considerati i danni che a suo parere ebbe a patire la Lega a causa del Doria, lo minacciò di morte qualora avesse fatto ingresso nello Stato Pontificio. Più volte le navi avanzarono e si ritirarono, Venier e Colonna dovettero disimpegnarsi per accorrere in aiuto a Don Giovanni che sembrava avere la peggio assieme all'onnipresente Marchese di Santa Cruz. Perciò un altro stendardo, un telo di seta cremisina con l'immagine del Crocifisso, fu consegnato solennemente dal Viceré di Napoli, cardinale di Granvelle, a Don Giovanni d'Austria, nella basilica di Santa Chiara a Napoli il 14 agosto 1571[14]. La galera del Doria e le altre unità del suo corno avevano subìto meno perdite di tutto lo schieramento cristiano, cosa che colpì negativamente quasi tutti i comandanti nel raduno generale che seguì la battaglia, alimentando le voci e i sospetti. Inoltre vennero liberati 15.000 cristiani dalla schiavitù ai banchi dei remi. .mw-parser-output .geo-default,.mw-parser-output .geo-dms,.mw-parser-output .geo-dec{display:inline}.mw-parser-output .geo-nondefault,.mw-parser-output .geo-multi-punct{display:none}.mw-parser-output .latitude,.mw-parser-output .longitude{white-space:nowrap}.mw-parser-output .geo{}body.skin-vector .mw-parser-output #coordinates{font-size:85%;line-height:1.5em;position:absolute;right:0;top:0;white-space:nowrap}Coordinate: 38°12′N 21°18′E / 38.2°N 21.3°E38.2; 21.3. National Geographic Rome's Greatest Battles: Battle of Philippi - Duration: 44:58. La forza combattente, comprensiva di giannizzeri (in numero tra 2.500 e 4.500), spahi e marinai, ammontava a circa 20-25.000 uomini[24]. Non a caso, nell'Arsenale veneziano, le truppe francesi di. La battaglia di Lepanto ebbe anche importanti conseguenze all'interno del mondo musulmano, gli Hafsidi e le varie Reggenze barbaresche governavano il Maghreb in nome del Sultano ottomano e sotto il suo protettorato, soprattutto perché costretti dalla sua potente flotta e desiderosi di ottenere protezione contro la Spagna. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l'assoluzione secondo l'indulgenza concessa da papa Pio V per la crociata e i forzati liberati dalle catene. Quanto all'artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù)[24]. La manovra ebbe solo un parziale successo e lo scontro si accese subito violento. Molti prigionieri ottomani, in particolare gli abilissimi e addestratissimi arcieri e i carpentieri, furono uccisi dai veneziani, sia per vendicare i prigionieri uccisi dai turchi in precedenti occasioni, sia per impedire alla marineria turca di riprendersi rapidamente. Ogni galea del Cinquecento portava comunque un discreto armamento "in caccia". A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. I numeri qui forniti devono intendersi approssimativi. Al terzo assalto i sardi arrivarono a poppa. L'isola, già possedimento bizantino, faceva parte del dominio di Venezia dal 1480 e per essa veniva pagato ai turchi un tributo annuo di 8.000 ducati[11]. Il Gran Visir Sokollu, in quell'occasione, disse ai Veneziani che avrebbero potuto fidarsi più degli ottomani che degli altri Stati europei, se solo avessero ceduto al volere del Sultano. Don Giovanni decise di lasciare isolate in avanti, come esca, le 6 potentissime galeazze veneziane, che per prime aprirono il fuoco. La parabola discendente vissuta dall'impero ottomano nel corso del Seicento, riflette semmai una fase di declino che coinvolse all'epoca tutti i Paesi affacciati nel bacino del Mediterraneo in seguito allo spostamento verso le rotte oceaniche dei grandi traffici internazionali. Ed essendo in inferiorità numerica (167-235) tentò di circondarla, utilizzando la tattica navale classica. L'analisi del comportamento del Doria è ancor oggi oggetto di disputa. Sia la flotta cristiana sia quella musulmana prediligevano le costose, ma leggere e sicure, artiglierie in bronzo, rari i pezzi in economica (ma pesante e pericolosa) ghisa, per lo più fabbricati a Brescia e nelle Fiandre. I turchi di Uluč Alì alla fine riuscirono a incunearsi fra il centro e la destra cristiana, ma furono “prima bloccati dalla squadra cristiana di riserva, e poi attaccati da quella rimasta al largo”, cioè dal corno del Doria[39]. Nell'animazione del momento, Giovanni d'Austria, ordinando di dare fiato alle trombe, sulla piazza d'armi della sua galera, con due cavalieri si mise a ballare a vista di tutta l'armata una concitata danza, chiamata dagli Spagnoli la gagliarda[30]. Con il vento a favore e producendo un rumore assordante di timpani, tamburi e flauti i turchi cominciarono l'assalto alle navi della Lega cristiana che erano invece nel più assoluto silenzio. Al centro degli schieramenti Alì Pascià cercò e trovò la galea di Don Giovanni d'Austria, la cui cattura avrebbe potuto risolvere lo scontro. Tuttavia, sempre secondo quanto scrive Barbero, “almeno qualche testimone attribuisce a Gianandrea motivazioni più nobili”. Anche da parte cristiana si riaffermò una pirateria attiva. L'Europa non divenne musulmana #MiL #Messainlatino I turchi schieravano l'ammiraglio Mehmet Shoraq, detto Scirocco[28], all'ala destra, mentre il comandante supremo Müezzinzade Alì Pascià (detto il Sultano) al centro conduceva la flotta a bordo della sua ammiraglia Sultana, su cui sventolava il vessillo verde sul quale era stato scritto 28.900 volte a caratteri d'oro il nome di Allah. Al contrario della galea comune, questa è sovradimensionata, con ponte a coprire i banchi dei rematori. Inoltre la flotta da guerra turca rimase numericamente paragonabile a quella veneziana fino alla fine del XVIII secolo. Nella chiesa di San Lorenzo di Porto Venere è custodita la polena che decorava la galea con cui il piccolo borgo prese parte alla battaglia: è una scultura in legno dorato che rappresenta la Vergine con il Bambino. Per questo motivo molti giannizzeri erano già stati armati con archibugi e moschetti, di qualità leggermente inferiore però a quelli prodotti in Italia e in Spagna, e con polveri meno efficienti. Rappresentazioni artistiche e cimeli della battaglia, «... il calendario giuliano in uso all'epoca aveva causato nel corso dei secoli una discrepanza tra le date astronomiche e quelle legali. Questa pagina è stata modificata per l'ultima volta il 4 nov 2020 alle 14:40. La maggior parte dei soldati cristiani indossava corazze, sia del tipo normalmente utilizzato dalla fanteria, sia di modelli (molto diffusi tra i Genovesi) che potevano essere tolte rapidamente se si doveva poi nuotare. Il numero delle imbarcazioni impegnate nel combattimento su entrambi i fronti come il numero degli uomini combattenti e al remo dall'una e dall'altra parte varia, anche se non in maniera determinante, a seconda delle fonti. Il corno sinistro si componeva di 40 galee e 2 galeazze veneziane, 10 galee spagnole e napoletane, 2 galee toscane sotto le insegne pontificie, e 1 genovese, per un totale di 53 galee e 2 galeazze al comando del provveditore generale Agostino Barbarigo, ammiraglio veneziano (da non confondere con l'omonimo doge veneziano). Dopo Lepanto gli occidentali ebbero a disposizione migliaia di prigionieri che furono messi ai remi assicurando, per diversi anni, un motore nuovo alle loro galere. Essendo le galeazze difficilmente abbordabili, sia per la loro notevole altezza e sia per i cannoni disposti a prua, lungo i fianchi e a poppa. Giovanni Andrea Doria disponeva di poco più di 50 galee, quasi quante quelle del veneziano Barbarigo (circa 60) sul corno opposto ma davanti a sé trovò 90 galere, cioè circa il doppio dei nemici fronteggiati dai veneziani e oltretutto in un'area molto più ampia di mare aperto; per questo pensò a una soluzione diversa dallo scontro diretto. Contemporaneamente altre galere impegnarono Venier e Marcantonio Colonna. Molti altri personaggi appartenenti alle più prestigiose famiglie nobili dell'epoca persero la vita. La vittoria dell'alleanza cristiana non segnò comunque una vera e propria svolta nel processo di contenimento dell'espansionismo turco. Del Bisanti fu scritto: "nella micidiale battaglia navale presso le isole Curzolari dispiegò tale bravura da procacciarsi fama immortale." Il macabro trofeo, insieme con le teste del generale Alvise Martinengo, del generale Astorre Baglioni, di Gianantonio Querini e del castellano Andrea Bragadin, venne issato sul pennone di una galea e portato a Costantinopoli. A seguito di lunghe trattative con Filippo II sulla composizione della Lega e sull'assegnazione del comando, però, fu deciso, per appianare i dissidi, di affidare il comando a Giovanni d'Austria, rimanendo il Colonna suo Luogotenente Generale anche per volontà dei Veneziani. Le prime iconografie vennero elaborate a Venezia e a Roma, ma ovunque in Italia e in Europa sono le raffigurazioni, spesso per iniziativa e ringraziamento religioso dei singoli reduci. Benché tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche fossero sempre intensissimi[12], il crescente espansionismo ottomano in quegli anni preoccupava sempre più i governi dell'occidente mediterraneo. Di questi, sicuramente armata d'archibugio era la fanteria scelta dei giannizzeri, mentre la gran parte degli altri combattenti era armata di arco e frecce[24]. Il 1º agosto Famagosta si era arresa ed era stato raggiunto rapidamente un accordo con Lala Mustafà, il comandante della spedizione ottomana. Con lui a bordo Francesco Maria II della Rovere - figlio ed erede del duca Guidobaldo II Della Rovere - Capitano generale degli oltre 2.000 soldati volontari provenienti dal Ducato d'Urbino. Don Giovanni d'Austria perciò puntò fulmineamente diritto contro la Sultana di Alì che riuscì a evitare il fuoco di fila delle bordate delle galeazze, poste circa un miglio più avanti rispetto alla flotta della coalizione e i cui proiettili erano stati studiati in modo che uscendo dai fusti dei cannoni si aprissero in due semisfere unite da catene che andavano a spezzare le alberature delle galee ottomane[32], oltrepassandole per attaccare le galee nemiche. Nel documento di capitolazione il comandante turco si era impegnato promettendo e giurando per Dio et sopra la testa del Gran Signore di mantenere quanto nei capitoli si conteneva[19]. 8:01 . L'armamento d'artiglieria delle galere ottomane, e ancor di più di quelle barbaresche, era complessivamente più leggero, poiché i loro capitani facevano grande affidamento sulla velocità, sull'agilità e sulla possibilità di muoversi in acque basse, e quindi non intendevano appesantire i loro scafi. Nel 1632 per volontà del duca Filippo Colonna fu realizzata a Marino (Rm) la fontana cosiddetta "dei quattro Mori". Vero è che la sua manovra aggravò lo svantaggio numerico del corno destro, dato che alcune galere, per lo più veneziane, si staccarono dal troncone principale, e che Uluč Alì, invertendo improvvisamente la rotta, puntò dritto verso le ritardatarie. Questi gli anticipò di volersi allargare verso il mare aperto per lasciare più spazio di schieramento e di manovra al resto della flotta, e si lamentò del fatto che non tutte le galere del suo corno tenevano il passo. Le galere grosse e le capitane talvolta avevano pezzi girevoli sul "castello" di poppa, detto "carrozza". Parzialmente corazzata e pesantemente armata non solo a prua e a poppa ma anche sulle fiancate. J. Glete, “La guerra sul mare (1500-1650)”, Il Mulino, Bologna 2010, pp. Pare che Doria non abbia notato subito questa mossa, forse perché l'avversario si muoveva nascosto da una coltre di fumo, ma quando capì quanto stava per accadere reagì rapidamente: virò in direzione est e si diresse verso il nemico. La coalizione cristiana era stata promossa alacremente da Papa Pio V per soccorrere materialmente la veneziana città di Famagosta, sull'isola di Cipro, assediata dai turchi e strenuamente difesa dalla guarnigione locale comandata da Marcantonio Bragadin e Astorre II Baglioni. Il vascello più importante dello schieramento cristiano era la galeazza veneziana. Secondo Nicolò Capponi, l'accusa che Doria fosse riluttante a rischiare le sue galere è smentita dal fatto che più della metà erano impegnate nelle altre divisioni. Nell'antica chiesa parrocchiale di Tollegno (BI), dedicata a san Germano d'Auxerre, sulla parete della navata destra è presente un affresco seicentesco raffigurante la battaglia di Lepanto sotto forma di allegoria. Per ricordare il suo avo Marcantonio Colonna, ammiraglio della flotta pontificia in occasione della battaglia di Lepanto del 1571. Non del tutto comunque, visto che nel regime incostante dei venti che caratterizza il Mediterraneo la galea ha il grande vantaggio quanto meno di poter procedere con velocità a remi nei momenti di bonaccia. Per i cristiani gli scontri coinvolsero all'inizio il veneziano Barbarigo, alla guida dell'ala sinistra e posizionato sotto costa. L'avanguardia, guidata da Giovanni de Cardona si componeva di 8 galee: 4 siciliane e 4 veneziane. Come base di ricongiungimento dell'armata cristiana era stata scelta Messina, situata in posizione strategica rispetto al teatro delle operazioni. La bandiera della nave ammiraglia turca di Alì Pascià, presa da due navi dei Cavalieri di Santo Stefano, la "Capitana" e la "Grifona", si trova a Pisa, in quella che era la chiesa di quell'ordine[43]. Altri fanno notare che la flotta turca si riprese rapidamente, riuscendo già l'anno successivo a mettere in mare un grosso contingente di navi, grossomodo equivalente a quelle messe in campo dalla Lega. La sua importanza fu perlopiù psicologica, dato che i turchi erano stati per decenni in piena espansione territoriale e fino ad allora avevano vinto tutte le principali battaglie contro i cristiani d'oriente. Secondo il Papa, Gianandrea era “corsaro et non soldato” e il re di Spagna avrebbe fatto meglio a sbarazzarsi di lui. Il giudizio sul Doria rimane fortemente condizionato dal suo comportamento descritto durante tutto l'anno precedente alla battaglia durante il quale forte dei presunti ordini segreti consegnatigli dallo stesso Filippo II che intendeva controllare le intenzioni dei Veneziani, colse ogni occasione per evitare o rimandare la battaglia. La potenza di fuoco della flotta cristiana era infatti superiore a quella nemica, grazie agli armamenti veneziani che negli anni precedenti erano divenuti sempre più poderosi, mentre i turchi non erano riusciti a tenere il passo con le innovazioni, ritrovandosi quindi con un'artiglieria meno numerosa e potente. Con queste catene furono costruite le cancellate davanti agli altari delle cappelle. Quanto alla tesi di un accordo clandestino tra il genovese e Uluč Alì essa non tiene conto del fatto che i due comandanti non potevano in alcun modo prevedere che si sarebbe trovati l'uno di fronte all'altro anzi, stando ai resoconti delle spie ottomane, la presenza di Doria non era nemmeno prevista[35], Viste le circostanze, Doria non avrebbe potuto reagire diversamente di fronte al tentativo di accerchiamento di Uluč Alì. Particolarmente duro fu il giudizio della Santa Sede: Pio V minacciò di morte Doria se si fosse presentato a Roma, dicendo che per il momento faceva meglio a starsene lontano. da AB. Alla sinistra turca, al largo, la situazione era meno cruenta ma un po' più complicata. Don Giovanni d'Austria riorganizzò la flotta per proteggerla dalla tempesta che minacciava la zona e inviò galee in tutte le capitali della lega per annunciare la clamorosa vittoria: i turchi avevano perso 80 galee che erano state affondate, ben 117 vennero catturate, 27 galeotte furono affondate e 13 catturate, inoltre 30.000 uomini persi tra morti e feriti, altri 8.000 prigionieri.

7 ottobre 1571

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